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Per essere alla moda nell’estate 2018 bisogna avere soprattutto una cosa : una jumpsuit, una tuta, che a seconda dell’occasione può essere abbinata con  sneaker bianche, zoccoli o tacchi alti, borsette, borse di tela o gioielli vistosi, Fino a pochi anni fa le tute erano pressoché dimenticate, nessuno le portava più, e la parola indicava soprattutto l’abbigliamento sportivo che univa pantaloni e felpa; chi se le ricordava le associava a quelle scivolose dell’hip hop anni Ottanta o a quelle sbrilluccicanti e aderenti delle discoteche degli anni Settanta, Le tute però hanno una lunga storia iniziata cent’anni fa e fatta di numerosi ritorni, come accade praticamente con tutto nel mondo della moda; la cosa più interessante è il motivo per cui ora funzionano così tanto, dalle passerelle delle sfilate alle strade delle città, come ha raccontato adidas gazelle Ellie Violet Bramley sul Guardian..

Le prime tute  erano abiti da lavoro maschili chiamate boilersuit:  erano in denim o altri tessuti pesanti e servivano a proteggere i vestiti degli operai e i loro corpi da macchie, olii, vernici e altri tipi di unto, Ricoprivano tutto il corpo e di solito avevano una cintura o adidas gazelle un elastico in vita, qualche tipo di chiusura ai polsi e alle caviglie, tasche e tasconi in cui infilare gli attrezzi, Erano associate ai proletari e per questo si diffusero tra gli intellettuali e gli attivisti di sinistra degli anni Venti e Trenta, tra cui esponenti del movimento del Bauhaus, e alcuni Repubblicani antifascisti nella Guerra civile spagnola, che le portavano come uniformi, Avevano anche un messaggio di parità di genere e venivano indossate dalle donne marxiste..

È quindi curioso che la prima tuta come vestito da portare tutti i giorni sia stata inventata da un artista futurista italiano, che anni dopo divenne un sostenitore di Benito Mussolini e del fascismo. Si chiamava Ernesto Michahelles ma si faceva chiamare Thayaht, e nel 1919 realizzò un abito dalla forma a T tagliata da un unico pezzo di cotone. La chiamò TuTa e nel suo intento rivoluzionario e moderno doveva essere un capo universale e unisex, una soluzione facile e fai-da-te con sette bottoni, poche cuciture e uno spirito anti-borghese. Le istruzioni per disegnarsi la propria TuTa vennero pubblicate per la prima volta dal giornale fiorentino La Nazione  nel 1920. Il nuovo capo, che Thayaht aveva definito «il più innovativo e futuristico mai realizzato nella storia della moda italiana», venne però apprezzato soprattutto dalla buona società fiorentina, che prese a indossarlo rovesciando le intenzioni del suo inventore. Nel 1923 l’artista costruttivista russo Aleksandr Rodchenko e la moglie Varvara Stepanova inventarono un’altra specie di tuta che chiamarono Varst, sempre destinata all’uomo comune. Nel frattempo le tute da lavoro erano diventate la divisa di aviatori, meccanici e piloti automobilistici.

La prima tuta da donna fu disegnata nel 1911 dallo stilsita francese Paul Poiret ed era un abito con pantaloni molti ampi e separati in fondo, chiamati “pantaloni harem”, al posto della gonna, Molto più simili a una tuta moderna furono  quelle proposte nei primi anni Trenta dalla rivoluzionaria stilista italiana Elsa Schiaparelli: il modello più famoso era in seta azzurra con cappuccio, arricciata e stretta ai polsi e alle caviglie, Greta Garbo fu tra le prime adidas gazelle attrici e indossare una tuta in un film, in Come tu mi vuoi nel 1932; Katharine Hepburn lo fece nel 1937 in Palcoscenico, Le prime tute da donna, simbolo di indipendenza e anticonformismo, erano portate da pilote, aviatrici e sportive e non fecero in tempo a imporsi nell’elegante società dell’epoca che l’arrivo della Seconda guerra mondiale le riportò alle origini: tornarono a essere capi pratici per lavorare, Compaiono anche in una delle immagini femministe più famose della storia, quella di  Rosie the rivetter – Rosie la rivettatrice, incarnazione delle donne che facevano lavori faticosi mentre gli uomini erano in guerra: mostra il bicipite indossando una tuta disegnata nel 1942 dalla stilista Vera Maxwell..

Il termine jumpsuit, quello usato nei paesi anglosassoni per indicare le tute, si diffuse negli Stati Uniti negli anni Quaranta per le divise dei paracadutisti che le usavano, appunto, per i lanci ( jump significa salto, in inglese). Sempre durante la Seconda guerra mondiale, il primo ministro britannico Winston Churchill rese popolare la siren suit, chiamata così perché si indossava al volo sui vestiti normali non appena suonava la sirena antiaerea. Per anni la tuta continuò a essere un capo pratico e comodo e tornò di moda soltanto negli anni Sessanta. La versione per la buona società fu presentata nel 1960 a Palazzo Pitti a Firenze dalla principessa stilista Irene Galitzine, che vestì donne celebri come Sophia Loren, Liz Taylor e Jackie Kennedy: chiamata pigiama palazzo, era una raffinata tuta con pantaloni larghi e morbidi. Fuori dai salotti invece le tute venivano portate con lo stesso spirito rivoluzionario dei movimenti di avanguardia degli anni Dieci. Il successo era legato anche ai primi viaggi spaziali e agli astronauti che indossavano tute di nylon e poliestere, rendendole simbolo di un’allettante era futura; tra gli stilisti che le proposero in tal senso ci fu il francese André Courrèges.

Cassandra Gero, che lavora come assistente alla conservazione del Costume Institute del Metropolitan Museum di New York, spiega che da un lato le tute degli anni Sessanta erano viste come divise democratiche da portare nella vita quotidiana, una specie di capo anti-moda; dall’altro rappresentavano la moda del futuro, e gli stilisti del tempo intuirono che saremmo stati tutti troppo impegnati a fare altro anziché a preoccuparci di cosa avremmo indossato: da qui il successo di un capo unico da mettere al volo senza troppi pensieri, Fu allora che la tuta divenne l’abito della cultura pop, indossato inizialmente da cantanti e celebrità uomini – da Elvis Presley a Mick Jagger adidas gazelle – in modelli attillati e fitti di paillettes, e poi dalle donne in una versione più ampia e rilassata, Il suo carattere androgino funzionò anche negli anni Settanta, diventando l’abito dei tempi della disco dance, sensuale e rapido da levare scorrendo la zip..

Tra le pop star che avrete visto in tuta: David Bowie nell’alter ego di Ziggy Stardust nel 1972, Freddie Mercury con un modello a scacchi, Mick Jagger con quella disegnata da Ossie Clark, piena di anelli metallici che si surriscaldarono sul palco bruciandogli la pelle; e poi ancora Cher, gli Abba e i tanti famosi dello adidas gazelle Studio 54, la leggendaria discoteca di New York, come Diana Ross, Liza Minelli e Bianca Jagger, Al cinema divenne celebre quella verde smeraldo indossata da Farrah Fawcett in Charlie’s Angels, prima di essere rimpiazzata per fama da quella di Uma Thurman in Kill Bill..



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